Chi ha paura di Alison Rapp?

Alison Rapp, product marketing specialist della divisione Treehouse di Nintendo, che si occupa di localizzare i giochi giapponesi per il mercato occidentale, è stata licenziata il 30 marzo, dopo una collaborazione durata quasi tre anni. Alison Rapp è, ormai da un anno, uno dei bersagli del cosiddetto GamerGate, un fenomeno legato alla destra estremista e anti-femminista americana che punta a restituire il videogioco a un pubblico puramente maschile eliminando ogni voce dissonante. O, come dicono loro, che punta a ristabilire equità e imparzialità nel giornalismo legato ai videogiochi. Ma ricostruire i motivi del licenziamento di Alison Rapp, dell’odio che i GamerGaters hanno per lei, e del perché queste due cose possano essere legate è assai complicato.

Alison Rapp, Nintendo e GamerGate: Breve storia del GamerGate

Parto cercando di riassumere per chi non lo sappia cosa sia stato e cosa sia il GamerGate, che è qualcosa contro cui tutta la cultura progressista che vive nel mondo del videogioco deve combattere ormai ogni giorno. Nell’agosto del 2014 Eron Gjoni, un ex fidanzato di Zoe Quinn, sviluppatrice di videogiochi, la accusa in un lunghissimo post di averla tradita con vari uomini, tra cui un giornalista di Kotaku, Nathan Grayson. Zoe Quinn era già stata bersaglio di attacchi da parte degli ambienti conservatori e anti-femministi che si raccolgono intorno a siti come Wizardchan, 4chan e 8chan. La sua colpa era aver pubblicato e poi cercato di portare su Steam il suo racconto interattivo “Depression Quest”, un simulatore di depressione ideato per far capire il disturbo depressivo ad amici e parenti di chi soffre di questa malattia, pur essendo una donna. Perché, come un commento su WizardChan sosteneva, “una donna non può essere depressa: basta esca di casa e apra le gambe per essere scopata”.

WizardChan Zoe Quinn Gamer Gate Nintendo Alison Rapp

Nonostante il giornalista di Kotaku accusato non avesse mai scritto articoli sui videogiochi di Zoe Quinn, nonostante il sito intero non avesse scritto articoli sui suoi giochi nel periodo in cui i due si frequentavano, le accuse bastarono a infiammare gli animi di chi, semplicemente, cercava una scusa per trasformare quella che prima era una costellazioni di molestatori online in un movimento organico: il GamerGate. Che formalmente chiede che sia garantita l’oggettività nel giornalismo, per esempio evitando che i giornalisti scrivano di opere di persone che conoscono personalmente, ma che in realtà è una copertura per attacchi personali (che sono arrivati al doxing e a minacce di morte e di stupro) che hanno costretto persone come Zoe Quinn Anita Sarkeesian e Brianna Wu a lasciare la loro casa e a far aprire indagini federali.

Alla base delle convinzioni del GamerGate c’è probabilmente un equivoco: pensano che la critica di un medium artistico sia comparabile alla cronaca di un incidente stradale. Pensano, cioè, che artista e critico vivano in due dimensioni separate che possono unirsi solo in modo incestuoso e negativo, seconda una idea fondamentalmente già superata da Achille Bonito Oliva, con la fondazione della Transavanguardia e lo scritto “La Transavanguardia italiana” (1980) alla fine degli anni Settanta. Non riuscendo a vedere nel videogioco un medium artistico, non riuscendo a vedere nelle opere una poetica, si concentrano su una visione del videogioco come prodotto commerciale di cui vogliono sapere le specifiche tecniche e le qualità prima di un acquisto, come se stessero comprando un frigorifero per la loro nuova casa.

Alison Rapp, Nintendo e GamerGate: Localizzazione e censura

Forse la prima traccia di Alison Rapp tra le vittime del GamerGate risale al febbraio 2015, dopo un suo intervento sull’eterna questione “esiste la misandria?”. Due tweet a riguardo di Rapp vengono postati sul forum “KotakuInAction”, un subreddit strettamente legato al GamerGate (il sito di informazione Kotaku è accusato di essere uno dei cancri nell’etica del giornalismo videoludico mondiale per le sue posizioni progressiste). Ma Alison Rapp, insieme a Nich Maragos e Rich Amtower (membri di Nintendo Treehouse), è diventata un importante bersaglio dei GamerGaters dopo una serie di localizzazioni di videogiochi Nintendo (la localizzazione di “Xenoblade Chronicles X”, quella di “Bravely Default”, quella di “Fire Emblem: Fates” e quella di “Bravely Second: End Layer”) che hanno diminuito la sessualizzazione dei personaggi nel passaggio da Oriente a Occidente.

nich maragos alison rapp nintendo gamergate

Alison Rapp è entrata nel mirino del GamerGate per una serie di motivi: intanto è donna e lavoro nell’industria del videogioco, poi è una convinta femminista (una di quelle persone che i GamerGaters chiamano “SJW”, “Social Justice Warriors”) e, infine, lavora per Nintendo Treehouse. Per quanto Alison Rapp si occupi di marketing all’interno della divisione è stata scelta come bersaglio dai GamerGaters (appunto perché donna e femminista), che la accusano di essere la causa delle censure e dei cambiamenti avvenuti nelle localizzazioni occidentali di alcuni recenti videogiochi della Nintendo. La questione di come si debbano adattare al mercato Occidentale (o proprio se necessitino di adattamento) i contenuti sessuali, soprattutto quando riguardano minorenni, è assai spinosa e in parte la ho trattata in un articolo su “Yandere Simulator” e in uno sulle censure e le modifiche di “Bravely Second: End Layer” (ma qua trovate un approfondimento sulla questione delle modifiche delle quest secondarie, che Nintendo ha fatto in risposta al feedback dei giocatori giapponesi).

Alison Rapp, Nintendo e GamerGate: L’accusa di difendere la pedofilia

Il punto, in questa prima fase dell’attacco a Alison Rapp, è che lei non si occupa delle localizzazioni e che, soprattutto, è forse tra le persone più chiaramente contrarie a questo modo di modificare i videogiochi. In un tweet, per esempio, sostiene le posizioni dei GamerGaters sull’adattamento di “Xenoblade Chronicles X”, affermando di essere stata favorevole al mantenimento, nella versione occidentale del gioco, dell’opzione nell’editor del personaggio che permetteva di scegliere le dimensioni del seno. La scomparsa dell’opzione nella versione americana del gioco è stata una delle cause degli attacchi alla Rapp e a Nintendo Treehouse.

Inoltre, durante il college (nel 2012) Alison Rapp ha scritto un articolo che potremmo definire “controverso” e che chiede all’America di smetterla di fare pressione sul Giappone per modificare le sue leggi sulla pornografia e la sessualità minorile. Un articolo le cui tesi, insomma, si allineano con quelle dei GamerGaters, che vogliono che le opere giapponesi siano portate in Occidente intatte, rispettando le differenze culturali e la loro rappresentazione del sesso, e che se la prendono invece con Alison Rapp (e con molte altre donne) perché considerano il loro femminismo la causa di queste censure.

Curiosamente, quando i molestatori hanno scoperto l’articolo di Alison Rapp hanno deciso di sfruttarlo attaccandola con l’accusa di essere favorevole alla pedofilia e alla pedopornografia. Però, qua il fronte del GamerGate (che è effettivamente assai composito, vario e vagamente definito) si divide, come potete leggere in un recente post in KotakuInAction e in un tweet dello stesso Eron Gjoni: per alcuni di loro il GamerGate rappresenta la lotta per un’industria del videogioco dove una persona non viene attaccata o licenziata per le sue idee, ma perché si è comportata effettivamente in modo scorretto nel suo lavoro rispetto a persone o videogiochi.

Che sia chiaro: il GamerGate non è assolutamente un movimento che attacca le persone per le loro azioni e non per le loro idee, ma ci sono anche elementi più deboli e ingenui al suo interno, persone che vedono il branco muoversi e si aggregano persino in buona fede, ignorando o non potendo rendersi conto di quale sia la direzione del GamerGate nel suo complesso. Senza contare che come tutti i movimenti è effettivamente difficile identificarne i confini e i sottogruppi: per esempio, il GamerGater Jodis Welch sostiene che l’attacco a Alison Rapp sia stata un’iniziativa non del GamerGate, ma di un gruppo parallelo chiamato “Revolt”.

Ho letto l’intero articolo di Alison Rapp, intitolato “Speech We Hate: An Argument for the Cessation of International Pressure on Japan to Strengthen Its Anti-Child Pornography Laws”. Le tesi centrali dell’opera sono che il mero possesso di materiale pedopornografico dovrebbe in qualche modo essere protetto dalle leggi sulla libertà di parola, soprattutto quando si parla non di video o fotografie ma di rappresentazioni grafiche (per esempio, di fumetti o videogiochi), che le sue conseguenze non sono gravi come si pensa comunemente (va colpito chi produce il materiale, ma chi lo guarda non è per forza un potenziale violentatore di bambini) e che gli USA dovrebbero smetterla di esprimere le loro tendenze imperialiste cercando di influenzare storia, cultura e diritto del resto del mondo.

La cultura americana e italiana rispetto alla sessualità dei minori è assai diversa (per esempio, in Italia l’età del consenso è 14 anni, mentre in America è 18) ma è comunque comprensibile che alcune delle posizioni espresse da Rapp siano difficili da accettare in America. Anche in Italia, associazioni legate agli ambienti più estremisti e conservatori del mondo cattolico, come le Sentinelle in Piedi, hanno più volte attaccato ogni iniziativa che portasse alla discussione nelle scuole della sessualità infantile e dell’educazione sessuale, accusando chi proponeva tali progetti di pedofilia o almeno di difesa della pedofilia.

Lo scritto di Rapp è stato attaccato da un articolo pubblicato su Medium, attirando le attenzioni anche del sito neo-nazi The Daily Stormer, in un articolo che vi consiglio di leggere, perché contiene momenti come: “Questo è quello che accade quando permettete alle donne di controllare la società. Non potete semplicemente dire: daremo loro lavori, diremo loro che sono persone mature, le tratteremo come persone mature e all’improvviso cominceranno a comportarsi come persone mature. Invece di comportarsi come persone mature si faranno tatuaggi, inventeranno cospirazioni sul patriarcato che le vuole opprimere e cominceranno a difendere la pedofilia. E tutto questo è solo il loro modo di chiedere agli uomini di disciplinarle, di riportarle al loro naturale ruolo di nutritrici e madri.”

Comunque, l’azione più decisa contro Alison Rapp e le sue posizioni riguardo alla sessualità dei minori non viene dal GamerGate, come scritto su diversi siti, ma dalla Wayne Foundation (si chiama davvero così), una associazione che si occupa di combattere il traffico di esseri umani e la prostituzione. L’articolo di Alison Rapp è finito sotto lo sguardo inquisitore della co-fondatrice della Wayne Foundation, Jamie Walton, che ha contattato Nintendo lamentandosi delle posizioni che Rapp ha sostenuto nel documento e su Twitter, e Nintendo avrebbe garantito a Walton che la questione, di cui pare non fossero a conoscenza (ma l’articolo è citato nella pagina Linkedin di Alison Rapp), sarebbe stata approfondita.

Alison Rapp, Nintendo e GamerGate: Il secondo lavoro

Qua inizia la parte in assoluto più difficile da ricostruire della vicenda. Alcuni suoi dettagli, forse, non saranno mai accessibili al pubblico. Il GamerGate, attirato dalle posizioni femministe di Alison Rapp, la ha attaccata prima per le localizzazioni dei videogiochi Nintendo (di cui però lei non si occupa) e poi per un suo articolo in cui considerava la rappresentazione della sessualità minorile e infantile in Giappone come un prodotto culturale che non doveva essere attaccato dall’America (una posizione in realtà simile a quella dei GamerGaters che la attaccavano per le localizzazioni che lei non aveva fatto). Attirata dalle polemiche sull’appoggio di Alison Rapp alla pedofilia, la Wayne Foundation ha effettivamente contattato Nintendo, mentre i GamerGaters facevano quello in cui sono più bravi: scrivevano post offensivi su Reddit.

Secondo quanto dichiarato da Nintendo a IGN, però, non sono state le posizioni di Alison Rapp sul sesso a farla licenziare, o le pressioni dei GamerGaters. “Alison Rapp è stata licenziata a causa della violazione di una politica interna alla compagnia riguardante i dipendenti che hanno un secondo lavoro in conflitto con la cultura dell’azienda Nintendo. Anche se il licenziamento della signora Rapp avviene dopo le critiche da lei ricevute da certi gruppi attraverso i social media nelle scorse settimane, i due eventi non sono assolutamente legati. Nintendo è un’azienda impegnata a incoraggiare l’inclusione e la diversità sia nella nostra stessa compagnia sia nell’industria del videogioco in generale e rifiutiamo con decisione l’aggressione di individui sulla base del genere, della razza o del loro credo personale.”

Secondo quanto dichiarato da Alison Rapp (ma è deducibile anche dalla dichiarazione di Nintendo) il problema non è che lei avesse un secondo lavoro ma la natura di questo lavoro, che però mi è sconosciuta. Nintendo, però è sempre stata piuttosto decisa a mostrare i suoi giochi e le sue piattaforme come un luogo sicuro per bambini e famiglie, per esempio limitando in modo estremo le interazioni online tra i giocatori, e le posizioni di Rapp, che io sinceramente sono propenso a discutere e anche appoggiare, possono essere facilmente scomode per un’azienda alla fine profondamente conservatrice e possono portare a fare lavori a cui la Nintendo non vorrebbe essere collegata.

Alison Rapp lo sapeva e infatti, spiega in un tweet, faceva questo secondo lavoro usando un soprannome, e unicamente spinta dal bisogno di pagare il suo prestito universitario. Ma la continua campagna contro di lei, prima da parte dei GamerGaters e di altri gruppi di estrema destra e poi da parte di Walton e della Wayne Foundation, ha evidentemente portato le sue attività sotto il microscopio di Nintendo e di persone che hanno deciso di trovare il modo di distruggerla sottoponendo ad analisi la sua intera vita.

Alison Rapp, Nintendo e GamerGate: Conseguenze

Inizialmente, però, la notizia è stata data da siti come Kotaku (fonte principale di molte altre testate in questa vicenda) prima che la Nintendo chiarisse la sua posizione, e la parte della vicenda che riguarda la Wayne Foundation è stata trascurata, addossando tutta la responsabilità degli eventi al GamerGate. Secondo questa narrazione, Nintendo avrebbe ceduto alle pressioni dei molestatori: non escludo che l’azienda abbia sfruttato un’occasione per liberarsi di una patata bollente, ma la vicenda è, come spero di aver chiarito, più articolata, complessa e anche contraddittoria. Alla notizia del licenziamento, però, mentre i GamerGaters festeggiavano alcuni sviluppatori indipendenti (Necrosoft Games e MidBoss) hanno reagito togliendo il loro supporto a Nintendo e affermando di aver cancellato lo sviluppo di videogiochi per le sue piattaforme.

E, per ora, entrambi gli studi non hanno rinnegato la loro decisione, per quanto la notizia si sia poi notevolmente evoluta con l’intervento di Nintendo sul secondo lavoro di Alison Rapp. Il fatto è che Nintendo non ha mostrato pubblicamente nessun appoggio a Rapp durante la tempesta che l’ha travolta per mesi, e anzi l’unico comunicato in cui afferma di essere a conoscenza delle molestie ricevute dalla pr, e di voler condannare simili comportamenti, è quello che informa dei motivi del suo licenziamento. Abbiamo chiesto a Nintendo se ha ulteriori dichiarazioni sulla vicenda e aggiorneremo l’articolo in caso di risposta. La cultura che ruota intorno ai videogiochi ha paura di molte cose: ha paura delle donne, ha paura del sesso, ha paura della diversità. Ed è strano, perché il videogioco è un medium nato proprio per far vivere al giocatore altre vite, per metterlo in altri corpi. Come ha detto lo sviluppatore indipendente Robert Yang “L’industria dei videogiochi dovrebbe rilassarsi, e farsi una scopata”.