Games Week 2016: la mia giornata alla fiera milanese

Chi almeno una volta nella vita è stato a una fiera di videogiochi saprebbe riconoscerne una a miglia di distanza. Non lo so, sarà l’ambiente estremamente familiare, sarà l’aria che si respira: sta di fatto che una fiera dei videogiochi è profondamente diversa da tutte le altre, e anche la Games Week di Milano, che ovviamente non è il Gamescom né tantomeno l’E3 di Los Angeles, conferma questa impressione. È la prima volta che partecipo a un’edizione della kermesse milanese, ma dato che adesso abito a pochi chilometri dal capoluogo lombardo non potevo esimermi dal partecipare: perlomeno finalmente ne posso parlare con cognizione di causa, dopo aver ascoltato pareri favorevoli e contrari sulle cinque edizioni passate.

Sono le 10 del mattino di sabato (la fiera è organizzata sempre nel week-end, dal venerdì alla domenica, in questo caso dal 14 al 16 ottobre) e in macchina con tre amici mi metto in viaggio verso la prima fermata utile della metropolitana che mi porti direttamente a due passi da Fieramilanocity. Ora, stendendo un velo pietoso su Google Maps che ha deciso di farmi fare un itinerario completamente sballato facendomi perdere tempo e prendere molta acqua (pioveva, ovviamente), arrivo finalmente al Gate 5 per ritirare il mio tesserino stampa. Un po’ sorpreso dal fatto che abbiano deciso di darmelo senza nemmeno assicurarsi della mia identità (“Ciao, sono Giovanni Ferlazzo di WebTrek.it, dovrei ritirare il mio accredito stampa”. “Ciao. Sì, certo…Ecco, tieni”. “Grazie!”), varco i tornelli dell’ingresso e mi rendo subito conto degli avvertimenti del buon Andrea Odone: giù, in fiera, c’è un ammasso incredibile di gente e code da far invidia all’Expo di Milano.

Il benvenuto della Games Week è uno di quelli che ti segnano. Letteralmente.
Il benvenuto della Games Week è uno di quelli che ti segnano. Letteralmente.

Poco male, mi dico, basta armarsi di santa pazienza, fare un bel respiro e procedere. Devo ammettere che l’atteggiamento ottimistico e lo spirito zen sono durati una mezz’ora buona: poi, all’ennesimo spintone ricevuto diciamo che ho iniziato a ripensare al fatto che sarei potuto rimanere tranquillamente a casa a rilassarmi per il week-end dopo una dura settimana lavorativa. Però, a quel punto, mi sono lasciato trascinare dalle cose buone che la Games Week indubbiamente ha: gli stand erano belli da vedere e ben organizzati all’interno. Avveniristico quello PlayStation, con un’area dedicata interamente a PlayStation VR, più contenuto ma zeppo di giochi da provare quello Xbox. Buona anche l’offerta di altre case del calibro di Activision, Ubisoft e Bandai Namco, che offrivano dopotutto delle anteprime niente male. C’erano poi le zone dedicate ai più appassionati, con uno stand che ha riservato uno spazio interessante ai giochi indipendenti e un altro, gestito da GamesCollection.it, dedicato interamente al retrogaming. Al piano superiore erano presenti altri stand, più incentrati sul fenomeno Youtuber e non solo, ma che avevano comunque il merito di dare agli interessati ciò che volevano trovare. Tornando giù, immancabile lo stand Unieuro, sempre zeppo come un uovo per via delle varie e interessanti offerte sui giochi già disponibili e su quelle in uscita.

Dunque, in questo senso, lato consumer la Milan Games Week può vantare un’offerta dopotutto niente male: diverse anteprime, stand di ogni genere e offerte su diversi tipi di prodotti. Intesa dal punto di vista di chi arriva lì e vuole farsi una giornata o un week-end immerso letteralmente in quella che è la sua più grande passione funziona e va bene anche così. Bisognerebbe solo ripensare gli spazi: non tanto l’organizzazione interna degli stand che, ripeto, non ho trovato così disastrosa, anzi tutt’altro. Piuttosto considerare l’idea che il flusso di persone presenti possa essere superiore a quanto gli spazi permettano effettivamente di contenere entro un certo limite di sopportazione. Forse, vista l’indubbia crescita che la GamesWeek registra di anno in anno, bisognerebbe iniziare a pensare a una sede più grande, che permetta inoltre ai publisher di garantire più postazioni e dunque cercare di limitare le code. Ma a parte questo, che non è comunque un problema da poco, dal punto di vista del “semplice” visitatore va bene così.

Vi ricordo però che ero lì col tesserino stampa e mi interessava valutare la fiera anche dal lato business, trovando però conferme sulle mie pessimistiche aspettative. Nel senso che Games Week nasce volutamente per essere una fiera principalmente consumer, in cui l’addetto stampa è ben accetto ma non “fondamentale” come accade in eventi più importanti. Lo si nota dalle piccole cose, dal fatto che manchino vere e proprie zone dedicate esclusivamente al business o addirittura intere giornate pensate solo per questo, alla disponibilità di una sala stampa minuscola e senza connessione internet. Insomma, andarci da giornalista è quasi una perdita di tempo, dato che da provare c’è veramente poco trattandosi di giochi già usciti o di imminente uscita, e per chi lavora nel settore comunque generalmente già visti. Ma considero anche il punto di vista dei piccoli studi interessati a trovare spazio e contatti: farlo in quella bolgia infernale è veramente un’impresa.

In buona sostanza, la mia giornata trascorsa alla Games Week è stata contraddistinta unicamente da quasi 18 km percorsi a piedi (così sostiene l’applicazione del mio smartphone), di cui penso almeno la metà a pochi centimetri da sconosciuti in attesa di trovare lo spazio per proseguire, qualche incontro più che piacevole con vecchi e nuovi amici e una lunga fila per entrare nello stand Unieuro cercando di approfittare degli sconti a disposizione: alla fine ne sono uscito con Deus Ex: Mankind Divided e DOOM, entrambi per PS4 a 29 euro ciascuno. Erano due giochi che volevo recuperare, quindi mi è andata anche bene. Dopo aver pranzato con un hot dog e un waffle al cioccolato (dai prezzi “interessanti”), intorno le 16 e 30, esausto, ho deciso di andare via, convinto di aver visto tutto quello che c’era da vedere. Alla fine, in serata, mi hanno raccontato che per le 17 la situazione era migliorata e si poteva persino entrare allo stand UniEuro senza fare una lunga ed estenuante fila. Interessante appunto per l’anno prossimo.

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Il bottino finale della mia Games Week. Non male.

Stand enormi, tanti giochi e poche postazioni, zone retro e indie, scuole per combattimenti con spade laser (finte) e cosplayer, youtuber e ragazzini urlanti, radio 105 e folla in delirio, ma soprattutto gente, gente, gente, code, code, code, spintoni e caos. La Games Week è essenzialmente questo: una fiera che attrae più gente di quella che può effettivamente accogliere e ciò può essere solo un gran bene. Ora bisogna avere l’intelligenza di sfruttare questo potenziale e non perderlo, perché in fondo anche nella bistrattata Italia qualche cosa di buono per questo settore si può fare.

La metropolitana mi riporta alla fermata in cui ho lasciato l’auto e, dopo aver accompagnato i miei amici, torno finalmente a casa. Distrutto, soprattutto mentalmente, guardo comunque con un sorriso il tesserino datomi dalla poca severa reception e ritorno con la mente alle mie esperienze a Los Angeles, Lipsia o ad altri eventi stampa, a quella sensazione di sentirsi “speciali” per il badge che porti al collo, ma soprattutto a quella di sentirsi a casa, in mezzo a tanta altra gente che vive e respira della tua stessa passione. Come essere parte di un’unica grande famiglia. Ecco, aldilà del caos, della zona business deludente, della ressa e della bolgia infernale, la Games Week mi ha regalato quelle sensazioni e un incontro con amici, vecchi e nuovi, che purtroppo puoi incontrare solo in questo genere di occasioni. È la magia di questo settore che si accende anche alla fiera italiana di videogiochi. Non è poco.