I film di Resident Evil rispettano i videogiochi, secondo il regista

La serie di film di “Resident Evil” è una delle serie cinematografiche peggiori di cui io sia a conoscenza. Non è pessima solo come qualità di adattamento da videogioco, ma pessime sono soprattutto la qualità della sua scrittura, della sua regia, del suo montaggio e della sua recitazione. In alcuni capitoli, come l’ultimo “Resident Evil: Retribution”, il livello è così basso che sembra che nessuno degli autori e degli attori stia neanche più credendo nella possibilità di fare almeno un film mediocre. Va anche detto che è difficile ottenere qualcosa dovendo tenere una cagna come Milla Jovovich nel ruolo di protagonista, ma suo marito Paul W. S. Anderson, regista della serie di film, non è certo dotato di maggiori competenze di sua moglie. Insomma, sarebbe difficile capire chi ha raccomandato chi, perché sembrano entrambi dei raccomandati.

È stato molto divertente quindi trovare su Polygon un intervento di Paul W. S. Anderson al New York Comic Con in cui il regista spiega con orgoglio, presentando “Resident Evil: The Final Chapter”, come ha raggiunto i grandi risultati della serie di “Resident Evil”. Si tratta, effettivamente, di una serie da un miliardo di dollari che, di capitolo in capitolo, ha inspiegabilmente accresciuto gli incassi passando dai 100 milioni di dollari di “Resident Evil”, nel 2002, ai 240 milioni di “Resident Evil: Retribution”, nel 2012. Il film di maggior successo della serie, “Resident Evil: Afterflife” (il quarto), ha raggiunto quasi i 300 milioni di dollari di incasso. Le cifre sembrano insomma dar ragione a Paul W.S. Anderson e alla sua arroganza.

Questo film è fatto da persone che hanno sinceramente adorato il videogioco. Nessuno si sognerebbe mai di adattare Guerra e Pace senza aver prima letto il libro, ma per qualche motivo la gente ha l’hubris [l’arroganza] di adattare un videogioco senza averlo mai giocato o senza sapere cosa i fan amano della serie.” Per “Resident Evil: The Final Chapter”, sesto e finalmente finale capitolo della serie, Paul W. S. Anderson promette la solita azione forsennata ma anche il ritorno alle atmosfere pià buie e spaventose del film originale. Che, effettivamente, aveva un tono un po’ diverso dai film seguenti, quando la protagonista Alice (appunto, Milla Jovovich) arriva a possedere persino superpoteri, ma che non ricordo per la sua eccellenza. Il montaggio della scena in cui spara al branco dei cani è atroce.

“Resident Evil” è effettivamente il risultato che abbiamo quando qualcuno decide di trarre da un videogioco un film senza capire nulla del materiale di partenza. Una ambientazione e una trama come quelle del primo videogioco, in cui un gruppo di agenti si trova isolato in una villa piena di zombi, esperimenti aberranti e segreti, sembrerebbero perfetta per un film con un tono alla Carpenter, con un tono alla “Alien”. Invece il tono è quello di “Alien – La clonazione”. Anzi, la serie di “Resident Evil” ha davvero molto di simile ad “Alien – La clonazione”.

D’altra parte, devo ammettere che la serie di film di “Resident Evil” ha, proprio in questa assoluta mancanza di rispetto per i videogiochi da cui dovrebbe provenire, uno dei suoi lati più interessanti: la serie “Resident Evil” ha costruito il suo evidente successo, il suo stile, il suo tono senza usare i videogiochi se non come marchio a cui richiamarsi, come fonte di easter egg, di vaghi riferimenti, di situazioni e di mostri da usare a piacere. Paul W. S. Anderson ha trattato i videogiochi di “Resident Evil” come una scatola di giocattoli, di Lego, in cui mettere le mani e prendere oggetti a piacere da ricombinare e far interagire a piacere. Non voglio chiaramente difendere con questo discorso il lavoro di Paul W. S. Anderson, ma apprezzo questa volontà di fare forse un buon film, e non semplicemente il film di un gioco da vendere ai fan.