Studio Aperto, Oggi, Andreoli e polizia contro i videogiochi per l’omicidio di Ferrara

Il giornale scandalistico “Oggi”, il telegiornale scandalistico “Studio Aperto” della rete televisiva Mediaset Italia 1, lo psichiatra Vittorino Andreoli e il sindacato di polizia COISP tornano ad accusare i videogiochi di avere un ruolo ben preciso in quello che la stampa chiama “l’omicidio di Ferrara”, l’uccisione di Salvatore e Nunzia Vincelli a Pontelangorino, in provincia appunto di Ferrara, avvenuta il 10 gennaio 2017 da parte di Manuel, amico diciassettenne di Riccardo, figlio sedicenne della coppia. Le ragioni per cui i due ragazzi abbiano deciso di uccidere i genitori di Riccardo nel sonno, con un’ascia, non sono ancora chiare: inizialmente si diceva che Manuel sarebbe stato pagato da Riccardo per ucciderne i genitori e che tutto sarebbe dipeso dai tesi rapporti all’interno della famiglia a causa di cattivi risultati scolastici, ma di recente sono uscite nuove ipotesi assai più sensate.

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Oggi contro i videogiochi

La stampa si è accanita su Rudi e Monuca Sartori, genitori di Manuel, esecutore materiale del duplice omicidio, e sulla ricerca delle motivazioni che spingono un diciassettenne ad accettare di diventare un assassino. Secondo i genitori di Manuel, e dei giornalisti che han deciso di dare ascolto a una famiglia che evidentemente deve cercare di trovare al suo esterno il capro espiatorio per le azioni del figlio, la responsabilità è sicuramente dei videogiochi.

“Non voglio trovare scusanti a Manuel per quello che ha fatto ma se penso a quello che davvero può avergli fatto male, dico che è stata questa robacciadice il padre di Manuel a Oggi parlando dei videogiochi. “Non riusciva a staccarsi. Era dentro il gioco e non riusciva più a venirne fuori. I pomeriggi interi. Le notti. Ho sbagliato a lasciarlo fare, dovevo buttargli via tutto.” Aggiunge la madre che “di notte lo sentivamo urlare. Si collegava con altre persone, giocava con loro, discutevano per battere gli avversari. Mi alzavo gli chiedevo di smettere. Ma non ascoltava, era nel suo mondo.”

Studio Aperto contro i videogiochi

Sulla scia dell’articolo di Oggi anche Studio Aperto ha dedicato un servizio al ruolo dei videogiochi nell’omicidio di Ferrara, con tanto di parere dell’esperta (la psicologa Maria Rita Parsi), nell’edizione dell 18.30 del 2 febbraio 2017. Maria Rita Parsi si concentra sui modelli di violenza che i ragazzi trovano nei media, cioè “a come la nostra società veicola modelli di odio e di distruttività”.

“Basterebbe vedere quanti… quante storie di delitti o quante storie di criminalità questi ragazzi assorbono soltanto guardando la televisione. E quanti… quanti modelli criminali, distruttivi, aggressivi arrivano loro dal mondo virtuale, dal cinema…” “Forme di eliminazione così feroci, come appunto tagliare la testa con l’ascia, non è… non è… non è una… mmm… una eliminazione qualunque… tagliare la testa con l’ascia e poi… rinchiuderla nei sacchetti. Richiede, come dire, una… un collegamento con modelli, con cose viste”.

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“Giuditta e Oloferne” di Caravaggio (1602 circa)

Cose già viste, come i massacri dei suoi videogame. Completamente ipnotizzato dalle immagini di violenza, assuefatto agli spargimenti di sangue, alle guerre e alle stragi che si materializzavano sullo schermo” specifica Studio aperto. “Non c’era giorno e non c’era notte per Manuel. Ore e ore trascorse qui, chiuso nella sua cameretta, sdraiato sul suo letto, incollato allo schermo [se ci pensate è complicatissimo essere sia sdraiati sul letto sia incollati allo schermo]. Concentrato a sparare, massacrare, a spargere sangue. Quella dei videogame […] era diventata un’ossessione. Il suo regno. Il suo rifugio” dice il servizio di Alice Bonanno, che conclude con “Poi una notte il mondo virtuale di Manuel ha invaso la vita. Quella vera. Il ragazzino che giocava alla console si è trasformato in uno dei protagonisti dei suoi videogame che ammazzano a raffica. Finzione e realtà confuse. Un confine che rabbia e aggressività hanno annullato, ma nel mondo reale non c’è un interruttore che possa azzerare la partita. In questa tragedia non c’è il game over.”

Vittorino Andreoli contro i videogiochi

Torna sull’argomento anche lo psichiatra Vittorino Andreoli in un’intervista su Il Corriere della Sera. Andreoli accusa i videogiochi e la cultura moderna di aver sia reso la morte astratta, incorporea, sia di averla ridicolizzata, accusando di questo festività come Halloween e la perdita di importanza della religiosità nella società attuale. L’opinione di Andreoli è evidentemente viziata dall’ignoranza di qualsiasi cultura al di fuori di quella italiana e recente, e la sua argomentazione già non avrebbe senso applicata al Sud America e alle sue varianti del Día de Muertos, le chiassosa e allegra festività locale dedicata ai morti.

“Io ho lavorato parecchio sul fenomeno dei videogiochi, dove spesso la missione è quella di eliminare esseri fantastici oppure delle sagome umane. Basta cliccare e si abbatte una persona, e vince chi ne abbatte di più. L’effetto è immediato. Nel mondo virtuale, il concetto dell’ammazzare perde il senso della corporeità. Ma anche nella vita reale ciò che appartiene alla cultura, alla tradizione, al rituale e al tabù è venuto meno: mentre per le generazioni passate nel pensiero della morte agiva il peso della religione, con il demonio, la chiesa, eccetera, oggi con i defunti ci puoi giocare, come nella festa di Halloween. La morte è diventata banale, ha perso pathos.”

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Un’immagine devastata da un grafico incompetente dal servizio di Studio Aperto.

COISP contro i videogiochi

Ancora più netta l’opinione di Franco Maccari, segretario del sindacato indipendente di polizia COISP. Vi ricordiamo che il COISP è il rispettabile sindacato di polizia  che ha organizzato una manifestazione sotto l’ufficio di Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, in appoggio agli agenti condannati per l’omicidio del ragazzo. Inserite, quindi, la sua posizione all’interno di quella di un sindacato per cui i poliziotti han diritto a fermarvi per strada, spaccarvi addosso due manganelli, buttarvi a terra e soffocarvi per poi depistare le indagini.

“Credo che per capire realmente quanto il problema sia reale non serva per forza affidarsi a casi gravi come questo. Ogni giorno sui giornali leggiamo episodi che hanno per protagonisti adolescenti e che ci offrono una panoramica davvero inquietante sulle nuove generazioni. Adolescenti che torturano gli animali, altri che spacciano, altri che si rendono protagonisti di fatti di bullismo. Ciò che li accomuna tutti è il vivere una vita apparentemente normale, seppur al limite della legalità una volta usciti di casa. Spinelli e videogiochi sono le due gambe su cui poggia la rovina dell’adolescenza di oggi. Ormai è assodato che quello è il terreno che li porta a sfociare in certe esagerazioni“.

La cultura della violenza

A queste accuse si sono rapidamente opposti i siti specializzati in tecnologia e videogiochi e l’AESVI, l’Associazione Editori Sviluppatori Videogiochi Italiani, che prendeva posizione contro il collegamento tra omicidio di Ferrara e videogiochi già in un comunicato del 13 gennaio 2017. Tutti i vari siti hanno ricordato come non esista prova del collegamento tra violenza nei videogiochi e violenza reale, e come non esista prova che i comportamenti di una persona possano essere influenzati da un videogioco. Per fortuna non è vero, per fortuna i videogiochi non sono tanto insignificanti. Ci siamo abituati a difendere i videogiochi contro qualsiasi accusa che possa danneggiare un medium che amiamo sin da “Doom” e dalla strage di Columbine, ma non è vero che non esista correlazione tra violenza nei media e violenza reale e al massimo gli studi hanno mostrato che i videogiochi violenti non hanno effetti superiori a qualsiasi altro media violento. Come è invece possibile sostenere che non esista collegamento tra cultura (o meglio, tra cultura della violenza) e violenza? Se volete approfondire l’argomento oltre i soliti luoghi comuni e affermazioni come “i videogiochi non hanno mai ucciso nessuno” ho parlato del collegamento tra videogiochi e violenza in un articolo che prendeva spunto dalla concomitanza tra strage di Orlando e inizio dell’E3. Ma fin quando di queste cose se ne occuperanno non persone informate ma appassionati di videogiochi, supportati da una manciata di studi e dai loro pregiudizi, e conservatori frustrati dalla scomparsa della società agricola, supportati da una manciata di studi e dai loro pregiudizi, non riusciremo a superare questi luoghi comuni e l’eterno scontro tra siti di patiti di videogiochi sparatutto e psicologi e preti televisivi.