In difesa del TG4, che ha collegato Assassin’s Creed e Daesh (ISIS)

Nei giorni scorsi su internet è circolata la notizia di un servizio del TG4, diretto da Mario Giordano (famoso all’estero per aver scritto in un editoriale su “Il Giornale” “giapponesi musi gialli”), che ha collegato “Assassin’s Creed Unity” di Ubisoft all’ISIS/ISIL/Daesh/al-Dawla al-Islāmiyya/Stato islamico. Il servizio è costruito con la solita faziosità che possiamo aspettarci da una rete Mediaset che tratta un videogioco: nel computer di una persona arrestata per simpatie verso le organizzazioni terroristiche legate a Daesh è stato trovato “Assassin’s Creed Unity” e i giornalisti del TG4 han deciso di ricollegare le due cose definendo il videogioco Ubisoft “un simulatore di attacchi dell’ISIS”.

Videogiocatori contro TG4

Terrorismo e Assassin's Creed

TG4 ha toppato alla grande. Ora Assassin's Creed simula "UN ATTACCO TERRORISTICO AL LOUVRE DI PARIGI"… Ubisoft, io mi farei qualche domanda.

Pubblicato da Quei Due Sul Server su Giovedì 25 maggio 2017

“Nel suo computer c’era di tutto. Questo è il suo videogame preferito che simula l’attacco dell’ISIS al Louvre di Parigi” racconta il giornalista mentre vengono mostrate scene da “Assassin’s Creed Unity”. Potete vedere il servizio qua sopra, come pubblicato su Facebook dalla pagina del canale YouTube “Quei Due Sul Server”. L’edizione in questione (quella delle 19:00 del 19 maggio) non è più disponibile invece sul sito del TG4. L’accusa è, come ho già detto, faziosa, pensata con scopo diffamatorio che non dovrebbe appartenere all’etica di un giornalista ma appartiene evidentemente all’etica dei giornalisti Mediaset. Però per l’ennesima volta lo spettacolo peggiore lo ha dato la comunità dei videogiocatori e, soprattutto, la stampa specializzata, che ha iniziato a reagire in modo scomposto nell’ennesimo tentativo di difendere il medium da qualsiasi responsabilità, colpa e, soprattutto, contenuto. Per gli appassionati è una reazione ormai automatica di fronte alle continue accuse che il videogioco riceve, come se avesse colpe diverse rispetto a quelle di qualsiasi altro media violento. Per la stampa specializzata invece è l’occasione per gettare alla folla una nuova polemica, senza voler far riflettere.

Ne han parlato siti importanti e seguiti come Eurogamer.it, Multiplayer.it, Tomshw, Mangaforever, Il Fatto Quotidiano e Nerd Movie Productions. Ma questi articoli si limitano a indicare al pubblico il nemico: “andate e colpite, voi siete videogiocatori e sapete il perché”. La spiegazione comunemente e frettolosamente data è che siccome il gioco è ambientato durante la Rivoluzione Francese non può simulare o trattare una situazione attuale. Rispondo con un esempio, tra tantissimi, solo per dimostrare quanto sia sbagliato pensare che non si possa parlare dell’attualità con un racconto storico. Il video qua sotto è l’inizio del film statunitense “I dieci comandamenti” del 1956, un film che pur essendo ambientato all’epoca dell’Esodo degli Ebrei dall’Egitto si apre proprio sottolineando quanto i contenuti della pellicola volessero parlare non dell’antichità, ma dell’odierna lotta tra gli uomini liberi (o meglio “sottoposti alla legge di Dio”)/Americani/Ebrei e gli schiavi (“sottoposti alla legge di un dittatore”)/Russi/Egiziani.

Non si tratta solo della superficialità con cui la questione viene risolta da queste testate, ma delle ragioni di tanta rabbia: il TG4 ha accusato i videogiocatori di immedesimarsi nel nemico della società occidentale, è tornato sulla correlazione tra videogiochi violenti e violenza (una correlazione dimostrata, come è dimostrata per qualsiasi medium) e questo è inaccettabile. È inaccettabile che un videogioco possa influenzare e cambiare la nostra vita, essere parte della nostra educazione e promuovere una cultura, ma soprattutto è inaccettabile che un videogioco ci permetta di essere l’Altro: un videogioco è solo un gioco, non ha contenuti, non ha politiche, non ha nulla, secondo questi siti. Quindi “Assassin’s Creed” non riguarda in alcun modo il terrorismo che si richiama a certe interpretazioni del Corano, non affronta in nessun modo come questo terrorismo sia diventato per alcuni popoli, etnie, regioni una risposta valida all’ingerenza occidentale nelle loro città. Eppure, è proprio questo il tema del primissimo “Assassin’s Creed”, una storia sull’occupazione occidentale del medio-oriente e sulle molteplici sfaccettature di quello che noi chiamiamo “terrorismo”, come i fascisti chiamavano “terrorismo” i partigiani, come chiamiamo “terrorismo” la prima parte della lotta di Mandela.

Assassin’s Creed come commento alla guerra al terrorismo

“Assassin’s Creed” è ispirato al romanzo “Alamut” di Vladimir Bartol (1938), una storia sugli effetti della propaganda ideata per raccontare allegoricamente il fascismo italiano (ecco un altro racconto storico pensato per rappresentare quello che all’epoca era l’attualità) ma poi tornata in auge come rappresentazione dell’indottrinamento di Al Qaida dopo la sua pubblicazione in inglese nel 2004. “Assassin’s Creed” esce nel 2007, nel pieno della guerra al terrorismo iniziata dopo l’11 settembre 2001 e fa qualcosa che di rivoluzionario, soprattutto allora: mi mette nei panni non del soldato americano che invade il medio-oriente, ma in quelli del terrorista. Per intenderci, nel 2007 usciva anche “Call of Duty 4: Modern Warfare”, un gioco che mescola antichi rancori anti-Russi proprio con la guerra al terrorismo di ispirazione islamica. Nel primo “Assassin’s Creed” sono il membro di un gruppo di terroristi legati all’Islam, gli Assassini, ribelli siriani che si oppongono all’occupazione occidentale del medio-oriente, rappresentata dai Templari, durante le Crociate. Non si tratta però, a differenza di come porrebbe la questione il TG4, di un videogioco a favore del terrorismo: secondo Al Mualim, che in realtà sta manipolando il protagonista Altair per avere il controllo della Mela dell’Eden, il mio obiettivo è uccidere pochi nemici, provocare il minimo di morti necessarie per fermare l’invasione dei Crociati, ma “Assassin’s Creed” insiste ripetutamente sul paradosso di Altair, sul suo uccidere per fermare il massacro, e Altair stesso sente chiaramente la contraddizione in cui vive. In “Assassin’s Creed” non c’è una banalizzazione della violenza dei gruppi ribelli del medio-oriente, ma una sua rappresentazione critica ed empatica.

È un contenuto che negli anni è andato un po’ perso con l’addio del creatore originale Patrice Désilets e la sempre maggior importanza della trama cospirazionista in stile Dan Brown che fa da sfondo all’intera serie, con lo scontro millenario tra Assassini e Templari per una serie di potenti artefatti ancestrali creati da una civiltà avanzata e precedente alla nostra. Già in “Assassin’s Creed 2”, per esempio, il contenuto politico è quasi scomparso (Ezio Auditore combatte principalmente per motivi personali) e in “Assassin’s Creed 3″ il protagonista, pur essendo un nativo americano, combatte persino per gli invasori bianchi e adotta un nome inglese in un totale rovesciamento dei contenuti del primo episodio.

Essere l’Altro è socialmente inaccettabile?

Il TG4 ha idea di tutto questo? Probabilmente, quasi sicuramente, no. Non sa niente delle origini letterarie di “Assassin’s Creed”, delle posizioni del primo gioco rispetto alla guerra al terrore e di come questo significato possa rimasto in sottofondo sino a oggi pur essendo stato diluito, quasi negato, da Ubisoft. E quasi sicuramente al TG4 non interessa tutto questo, come non interessa ai siti di videogiochi che parlano di “Assassin’s Creed”. Ma è curioso che questo contenuto, ormai remoto nella serie, sia tornato in quel servizio, ed è curioso che i videogiocatori appassionati abbiano risposto semplicemente negandolo come se fosse impossibile che “Assassin’s Creed” parli del terrorismo odierno, cioè negando senza saperlo le origini stesse della serie. Per alcuni è inaccettabile l’idea che esista un “simulatore” di Daesh, è inaccettabile che esista un “simulatore” di Al Qaida, un “simulatore” di chi il telegiornale ci dice essere il nostro nemico. Il giornalismo, sia quello del TG4 sia quello videoludico, avrebbe bisogno di essere più curioso, meno ottusamente chiuso in una continua guerra di posizione tra videogiocatori e chi non è così convinto che giocare a uccidere le persone sia un passatempo sano (ma lavora su una rete che riempie le serate di film d’azione violenti).

Nel prossimo “Call of Duty”, “Call of Duty: WW2” ambientato nella Seconda Guerra Mondiale, non potrò per esempio impersonare soldati dell’Asse. Questo perché è in qualche modo chiaro nell’educazione che abbiamo ricevuto chi siano i buoni (gli Alleati) e chi siano i cattivi (l’Asse), e non dobbiamo dare l’opportunità a nessuno  di giocare i panni del cattivo. “Combatterai e seguirai la causa Alleata. Le forze dell’Asse sono un feroce nemico ma no, non giocherai come l’Asse nella campagna”. L’Asse sarà invece una delle due squadre del multiplayer. Il pessimo “Medal of Honor” del 2010, una narrazione propagandistica e quasi parodistica della guerra in un Afghanistan rappresentato come uno Stato interamente composto da terroristi e privo di popolazione civile, riuscì a provocare polemiche semplicemente lasciando giocare come Talebani nel multiplayer, e il nome della fazione venne cambiato già prima dell’uscita in un generico “Forze di opposizione”. “È scioccante che qualcuno pensi sia accettabile ricreare gli atti dei Talebani” disse Liam Fox, all’epoca Segretario di Stato per la Difesa del Regno Unito. “Per mano dei Talebani, i bambini hanno perso i loro padri e le mogli hanno perso i loro mariti” (faccio notare anche quanto sia assurdo che Fox consideri vittime della guerra solo i maschi adulti, come se fossimo ancora nel 1915). Fox arrivò a definire il gioco “un-British”, anti-britannico. Electronic Arts accettò la censura, limitandosi a dirsi sorpresa che non fosse capito che il gioco dividesse “tra guardie e ladri”. Secondo la compagnia non era tanto importante rappresentare anche i nemici, ma capire che essi erano solo personaggi giocabili in una meccanica “buoni vs cattivi” in cui loro erano i cattivi.

Vivendi tra Ubisoft e Mediaset

Concludo con una nota curiosa: Mediaset e Ubisoft hanno entrambi come secondo azionista la stessa compagnia, il colosso dell’intrattenimento francese Vivendi. Vivendi punta da tempo all’acquisto di Ubisoft, e ha già acquistato già Gameloft, altra compagnia videoludica sempre di proprietà della famiglia Guillemot. Più complicata la sua presenza in Mediaset, con cui si era accordata per l’acquisto di Mediaset Premium, poi sfumato con una pesante coda legale e degenerato in un’aggressiva scalata, in puro stile Vivendi. Per quanto Mediaset e Ubisoft siano quindi due compagnie distinte, e con una proprietà in maggioranza diversa, esse però appartengono quindi in parte entrambe allo stesso gruppo, a Vivendi, che possiede il 28,8% delle azioni Mediaset e il 25% di Ubisoft (considerate che al 30% scatta l’obbligo di OPA, di un’offerta per l’acquisto della maggioranza della compagnia). Almeno sino a domani, quando l’Antitrust si pronuncerà proprio sulla presenza di Vivendi in Mediaset (e anche sulla sua presenza in Telecom).

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