Jumanji Benvenuti nella giungla è uno dei migliori film su videogiochi – Recensione

Quello che amavo di Jumanji era il suo aspetto materico, il peso che evocava. Nel film del 1995 con Robin Williams (e una giovaissima Kirsten Dunst), diretto da Joe Johnston (Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi e Captain America Il primo Vendicatore) e tratto dal libro di Chris Van Allsburg Jumanji è un gioco da tavolo inserito in una bella scatola di legno intagliato e dipinto, con pedine simili a idoli di civiltà perdute e le istruzioni per giocare scritte sugli sportelli con lettere grandi, scolorite, antiche.

Il film è tutto basato su questa concretezza: sembra di poter toccare il gioco da tavolo e a ogni tiro di dadi la sua magica porta nel mondo reale gli animali, i pericoli, l’avventura e la fantasia della giungla amazzonica e africana, obbligando i giocatori a terminare la partita iniziata se vorranno rompere la maledizione.

Jumanji Benvenuti nella giungla recensione

Benvenuti nella giungla

Jumanji Benvenuti nella giungla, uscito a fine 2017 e diretto da Jake Kasdan (Bad Teacher e Sex Tape), inizia dove finisce il precedente film: il gioco da tavolo è stato buttato in un fiume e, trascinato dalle correnti, si è infine spiaggiato ed è stato ritrovato da un nuovo giocatore. Ma siamo negli anni 90 ormai, tutti pensano ai videogiochi e così Jumanji rischia di essere lasciato, ingiocato, a prender polvere.

E invece Jumanji vuole essere giocato, vuole tanto essere giocato da cambiare aspetto, diventare uno dei videogiochi che tanto piacciono e ricominciare così ad attirare giocatori nel suo mondo. E, siccome il videogioco è il medium dell’immersione, questo nuovo Jumanji non porta nel nostro mondo la giungla, come quando era un gioco da tavolo, ma porta i giocatori al suo interno trasformandoli in avatar.

Alex Vreeke è la prima vittima di questo nuovo Jumanji: è lui a trovarlo sulla spiaggia ed è lui il primo ad accendere il nuovo videogioco per poi non fare più ritorno dalla giungla. Ma venti anni dopo il videogioco viene di nuovo riacceso dai quattro protagonisti del film, quattro ragazzi che frequentano lo stesso liceo e che un po’ per caso si ritrovano tutti insieme a pulire una vecchia stanza, con alcuni oggetti donati alla scuola tra cui la magica console di Jumanji, per punizione.

Così il nerd imbranato Spencer (Alex Wolff) diventa nel gioco il dottor Smolder Bravestone (Dwayne The Rock Johnson), muscoloso e affascinante archeologo, esploratore ed eroe, lo sportivo Fridge (Ser’Darius Blain) diventa Moose (Kevin Hart), un basso zoologo costretto al ruolo di assistente di Bravestone e a portantino per il suo armamento, la bella Bethany (Madison Iseman) diventa il professor Shelly Oberon (Jack Black), un cartografo grassoccio (Bethany sceglie questo personaggio attirata dalla descrizione che lo definisce “genio formoso”), e la studiosa Martha (Morgan Turner) diventa la sexy avventuriera Ruby Roundhouse (Karen Gillan).

Anche stavolta i personaggi hanno una sola possibilità di liberarsi dalla maledizione di Jumanji: devono superare tutte le avversità (i livelli del videogioco) tra cariche di animali, serpenti e malvagi cacciatori di tesori e finire la partita o rimarranno per sempre rinchiusi nella sua giungla. Per riuscirci dovranno sfruttare le potenzialità dei diversi personaggi e aiutarsi per superarne le debolezze.

Jumanji Benvenuti nella giungla recensione

Un film sui videogiochi

La trama di Jumanji Benvenuti nella giungla è semplicemente lo spunto per una serie di divertenti avventure e di sfide e per un cammino che deve portare questo scalcinato gruppo di liceali in corpi sbagliati e adulti a diventare una vera squadra. Riuscirà un ragazzino gracile come Spencer a mantenere le aspettative che Jumanji ha verso il dottor Bravestone? riuscirà la timida Martha a usare le arti da seduttrice e da guerriera dell’impavida Roundhouse? riuscirà Fridge ad accettare di non essere stavolta l’eroe della situazione? riuscirà Bethany a convivere con il corpo di Jack Black e con l’assenza del suo smartphone?

E riusciranno sopravvivere a Jumanji? Perché, come spesso accade nei vecchi videogiochi, ognuno di loro ha solo un numero limitato di vite per finire il gioco, e se le consumeranno tutte i protagonisti moriranno per sempre, in Jumanji come nel mondo reale, e non potranno più fare ritorno.

Il sistema delle vite, che si porta dietro naturalmente un sistema di respawn (di rinascita del personaggio nel mondo del gioco dopo che ha perso una vita), è solo uno dei modi con cui Jumanji Benvenuti nella giungla riesce a riproporre, spesso mostrandone in modo comico limiti e assurdità, le meccaniche e la struttura dei videogiochi.

In Jumanji Benvenuti nella giungla ci sono per esempio personaggi protagonisti caratterizzati in modo esagerato e stereotipato, cutscene che interrompono davvero l’azione e vengono viste dai personaggi, ci sono personaggi non giocanti che ripetono le stesse frasi all’infinito, c’è una mappa divisa in livelli e ci sono oggetti che solo specifici personaggi possono usare.

Per un amante dei videogiochi è questa una delle cose più divertenti e interessanti di Jumanji Benvenuti nella giungla: il film capisce davvero come funzionano i videogiochi al punto da diventare un film sui videogiochi, sui loro stereotipi, sulle loro meccaniche e persino sui modi che i giocatori possono trovare per sfruttare queste meccaniche in modo probabilmente imprevisto dai creatori stessi del videogioco.

Jumanji Benvenuti nella giungla recensione

Tutta colpa dei videogiochi

Ma in questo Jumanji Benvenuti nella giungla si rivela anche un film furbo e non sempre corretto nei confronti dei videogiochi, usati come scusa e giustificazione per qualsiasi debolezza della sua scrittura e delle sue caratterizzazioni.

Per esempio, il film riconduce alla natura videoludica dei personaggi la loro caratterizzazione stereotipata, ma i personaggi del mondo reale di Jumanji Benvenuti nella giungla non sono meno stereotipati dei loro avatar: Spencer è solo un nerd, Fridge è solo un giocatore di football, Martha è solo una secchiona, Bethany è solo una instagrammer.

Non c’è niente in realtà di male in questa caratterizzazione superficiale, perché il film ne costruisce un’altra, totalmente diversa, con gli avatar, e le due caratterizzazioni interagiscono bene tra loro perché sono nette ma opposte. Se la caratterizzazione base dei personaggi fosse stata più realistica e sfumata sarebbe diminuito il contrasto con gli avatar.

È ingiusto però collegare queste scelte o questi difetti di scrittura al videogioco, anche perché il videogioco li ha ripresi dai media che già esistevano, primo tra tutti il cinema che è stato ed è ancora punto di riferimento per l’industria videoludica.

L’avatar

Jumanji Benvenuti nella giungla non va neanche davvero a fondo nelle implicazioni dell’entrare in un avatar, nell’essere un altro. La confusione tra reale e digitale è solo accennata, mentre per esempio è centrale in eXistenZ (2000) di David Cronenberg, un film che parla soprattutto del fondersi di macchina e carne: due persone che si innamorano in un mondo virtuale, magari senza essersi mai viste, sono innamorate anche nel mondo reale?

Non c’è neanche molta discussione su cosa voglia dire entrare nel corpo di una persona di un altro sesso biologico, di un’altra etnia: in Jumanji Benvenuti nella giungla essere avatar è un percorso allo scoperta di se stessi, ma non c’è alcuna scoperta dell’altro, nessuna empatia, se non come conseguenza di questo percorso di scoperta dei propri lati nascosti. Un percorso che, secondo il film, diventa necessariamente anche un percorso di accettazione degli altri.

In questo senso il film diventa complementare a un altro film sull’essere avatar: Avatar (2010) di James Cameron. Avatar di Cameron è, al contrario di Jumanji Benvenuti nella giungla, un film dove il protagonista non impara niente su stesso diventando avatar e dove invece scopre unicamente l’altro. Anzi, l’unica cosa che Jake impara abitando il corpo Na’Vi che gli fa appunto da avatar tra le popolazioni del pianeta Pandora è che non vuole essere se stesso, che vuole essere anche lui l’altro, e il film finisce con l’abbandono del suo corpo umano, l’addio al mondo reale e la chiusura nella fantasia.

Ma entrare dentro un avatar vuol dire entrambe le cose: vuol dire abitare un corpo diverso e vivere una fantasia, l’esperienza dell’altro, ma vuol dire poi tornare nel mondo reale cambiato da questa esperienza. E non bisogna esagerare nessuna di queste due cose.

dys4ia di Anna Anthropy nella recensione di Jumanji Benvenuti nella giungla
dys4ia (2012) di Anna Anthropy

dys4ia (2012) è il videogioco più importante realizzato dalla sviluppatrice Anna Anthropy. dys4ia è il racconto autobiografico della transizione di Anthropy e del periodo di trattamento ormonale che ha dovuto attraversare ed è diventato negli anni un involontario manifesto degli “empathy game”, i videogiochi che vogliono mettermi nelle scarpe di un’altra persona e farmi sentire cosa si prova.

Ma, come ha spiegato Anthropy nel 2015, l’esperienza di un videogioco non basta a capire cosa si prova. Una sua installazione interattiva, chiamata appunto Empathy Game, parodiava chiaramente questa idea: dovevo indossare gli stivali di Anthropy (mettermi nelle sue scarpe) e camminare per una certa quantità di metri. Mettermi le scarpe altrui, sostiene Anthropy, non ti dice nulla, non ti rende un amico, non sostituisce l’educazione, non sostituisce l’azione politica. Neanche camminerai mai in queste scarpe quanto ci ho camminato io.

Ma il videogioco può far parte dell’educazione e dell’azione politica, può essere un punto di partenza. Depression Quest (2013) di Zoe Quinn è un esempio di videogioco nato esplicitamente per diventare una base da cui partire per capire un problema reale, la depressione. Nella narrativa, l’eroe torna cambiato dalla foresta (che è la fantasia, è Pandora, è Jumanji) e da lì inizia la sua azione politica, per esempio salendo al trono come principe dopo aver salvato la principessa dal drago.

Jumanji Benvenuti nella giungla: conclusioni della recensione

Il primo Jumanji mi piaceva per il suo aspetto concreto, perché raccontava la terribile avventura della fantasia che diventa reale, Jumanji Benvenuti nella giungla mi è piaciuto per la sua capacità di raccontare il videogioco, il reale che diventa digitale, fantasia. È un film senza grandi pretese e senza messaggi particolarmente originali, ma realizzato con divertimento e per divertire, spassoso come vi immaginate che sia un film con The Rock che interpreta un nerd e Jack Black che interpreta una ragazzina licealem con un buon ritmo e una buona comprensione delle cose di cui parla. Non esiste ancora un film che sappia davvero cogliere cosa voglia dire l’avatar, ma Jumanji Benvenuti nella giungla è uno dei migliori film sul videogioco che potete vedere. Voto: 8/10.