La nostra Katniss è riuscita a sopravvivere per due volte consecutive ai giochi mortali indetti da Capitol City, un’impresa straordinaria che nessuno a Panem si sarebbe mai aspettato. Eppure, eccola lì: la ragazza di fuoco è pronta a guidare la rivolta. È pronta a mettere la parola “fine” ai soprusi che hanno dovuto subire nel Distretto 13. L’ottima interpretazione di Jennifer Lawrence e una produzione sicuramente di alto livello, hanno fatto sì che il terzo film della trasposizione della saga urban fantasy scritta da Suzanne Collins diventasse uno dei più attesi della stagione autunnale, se non dell’intero anno. Peccato che le aspettative di quanti stavano attendendo con ansia l’uscita di Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte I rischino di essere deluse da una pellicola che, nonostante sia tecnicamente impeccabile, serve semplicemente a preparare lo spettatore al gran finale della quarta e ultima uscita.

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Al di là dei giochi

Questione di soldi, chiaramente. La scelta di dividere una pellicola in due parti non è di certo una novità nel settore cinematografico, basti considerare Breaking Dawn o il settimo capitolo di Harry Potter. È sempre la stessa storia: perché incassare 5, quando si può incassare 10? E così un franchise viene spremuto al massimo. La stessa sorte è toccata a Hunger Games: Il canto della rivolta, che propina una prima parte in cui lo spettatore attende con ansia il momento in cui la trama decolli, rimanendo però a bocca asciutta. La rivoluzione bolle in pentola e Katniss comincia a fomentare un popolo che finora era rimasto in silenzio e aveva imparato soltanto a sopportare, con terrore e timore, le tante ingiustizie. Non c’è mai una svolta, però. Sarà quindi il quarto e ultimo film a presentare la battaglia tra la ragazza di fuoco e il malvagio Presidente Snow. Perlopiù, nella Parte I lo scontro si potrebbe definire mediatico: la bella Katniss e l’antagonista si sfidano “a colpi di spot”, utili a procurarsi l’appoggio di una folla impaurita, non in grado di prendere con coraggio una posizione e mantenerla fino in fondo.

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Katniss on fire!

L’unico problema è che 120 minuti sono effettivamente troppi per raccontare Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte I. Il film sarebbe potuto benissimo durare la metà del tempo senza lasciare indietro nulla, risultando anzi più efficace e meno noioso. Ci sono momenti “morti”, che non dicono e non trasmettono nulla, nonostante sia sempre un piacere vedere gli attori recitare impeccabilmente. Soprattutto la Lawrence. La sua capacità espressiva e la naturalezza con cui interpreta la parte le permettono di incarnare perfettamente il ruolo di “ghiandaia imitatrice”, ovvero il simbolo della rivolta contro l’oligarchia di Panem. In questo terzo film è perennemente divisa tra l’amore nei confronti di Peeta (peraltro tenuto in ostaggio dal Presidente) e la sete di vendetta, che aumenta sempre più a causa dell’infamia di Snow. In sostanza, le premesse per una buona riuscita c’erano tutte, ma la scelta di spezzare Il canto della rivolta in due parti non ha premiato la resa finale. Peccato.

Hunger Games: il Canto della Rivolta – Parte 1, video recensione

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Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte I, recensione
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