Nell’Antica Grecia, filosofi come Plutarco o Aristotele discutevano su uno dei paradossi più celebri di sempre: “E’ nato prima l’uovo o la gallina?”. Quello che è accaduto ieri rappresenta una sorta di traslazione in chiave moderna di quanto sopra, con un articolo del Corriere della Sera (consultabile a questo indirizzo, per chi fosse interessato) che vede i jihadisti “emulare” le vicende che avvengono nell’ultimo gioco free-roaming sviluppato da Rockstar Games, Grand Theft Auto V. Stando alle parole scritte dal giornalista, sembrerebbe infatti che sia nato prima il videogioco che la guerra: il medium videoludico avrebbe quindi preso il ruolo di “modello da seguire” per le migliaia e migliaia di estremisti del mondo? Il ragionamento è del tutto errato fin dalla sua radice: affermare una cosa del genere significa credere quasi che il videogioco esista dall’alba dei tempi, e che ad esso si siano conseguentemente ispirati le crociate cristiane, la prima e la seconda guerra mondiale, la guerra del Vietnam, quella del Golfo e via dicendo.

Che la stampa generalista non vada a braccetto con il medium videoludico, non è di certo una novità dell’ultimo minuto: sicuramente alcuni di voi ricorderanno infatti lo spiacevole episodio del servizio del TG1 incentrato su Grand Dift Oto (perdonate, Grand Theft Auto IV) risalente a qualche anno fa. Cito: “La Playstation può diventare un passatempo che imbastardisce e spinge alla violenza, comprensibile dunque le critiche di educatori e famiglie”. Arrivare però a paragonare la realtà con la finzione rappresentata da un migliaio di poligoni, ci è parso piuttosto eccessivo e azzardato, per usare un eufemismo. Tornando al recente articolo di Guido Olimpio: “Per qualche secondo sembra di vivere una scena del videogioco GTA (Grand Theft Auto) dove il protagonista spara, ammazza, distrugge ed ha una grande mobilità. […] E non è per caso che dei simpatizzanti jihadisti abbiano creato proprio una versione di GTA per attirare aspiranti reclute”.

Screenshot Grand Theft Auto V

Perché a causa di menti spostate e oltremodo crudeli deve andarci di mezzo il videogioco nella sua totalità? Perché puntare per l’ennesima volta il dito contro i videogiochi come se fossero il male supremo ed unico della società di oggi? Perché non puntarlo allora, per par condicio, ad altri media come quello cinematografico e televisivo? Perché i film violenti o splatter non sono oggetto di ammonizione da parte dei giornalisti come succede per Grand Theft Auto? Perché le donnine in abiti succinti presenti 24/24 in televisione sono accettate, mentre su un videogioco no?

Eppure la televisione è un mezzo di ancor più facile diffusione e assimilazione a differenza di un videogioco. E’ facile dare la colpa solo a quello che si vuole, selezionando arbitrariamente senza alcun criterio logico di fondo ciò che va bene da ciò che non lo è. A rincarare la dose nella stessa giornata di ieri è stato il programma televisivo “Porta a Porta” condotto da Bruno Vespa su Rai 1, in cui un giornalista ha parlato per l’ennesima volta dell’emulazione dei videogiochi da parte degli attentatori di Parigi, che a detta sua “si muovevano come automi nel videogioco”.

Non sarebbe preferibile concentrarsi sulla gravità dell’attentato a Charlie Hebdo e ai suoi colleghi (nonché agli ostaggi morti ieri durante il blitz all’interno del negozio kosher), senza tirar fuori certe affermazioni che non fanno altro che portare disinformazione nei confronti del pubblico spettatore? Non sarebbe forse meglio rivolgere il proprio pensiero alla libertà di stampa negata, anziché tirare fuori in modo maldestro e privo di logica certe accuse?

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